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 L’Aula Magna ha riaperto le porte per ricordare il giudice Falcone e le altre vittime della strage di Capaci

Comunicato N° 101 del 23 Maggio 2020

“Che le cose siano così non vuole dire che debbano andare così“. La frase del giudice Giovanni Falcone, scelta per intitolare l’evento di commemorazione svoltosi presso l’Aula Magna dell’Università di Messina, in occasione del XXVIII anniversario della strage di Capaci, è stata urlata, idealmente ed emotivamente, da coloro i quali sono intervenuti all’interno dell’Aula e da tutta gente che ha assistito alla manifestazione mediante le dirette sulla pagina Facebook dell’Ateneo peloritano e sull’emittente RTP.

Insieme al ricordo del giudice Falcone, è stato rinnovato anche quello delle altre vittime del vile attentato di stampo mafioso: la moglie Francesca Morvillo (anch’essa magistrato) e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il programma è stato inaugurato da un momento di silenzio, dall’intervento introduttivo del giornalista Nuccio Anselmo, e dalla proiezione di un video contenente immagini inedite relative alla vita giudiziaria del giudice Falcone e ad alcune fasi post attentato.

Di fronte ad una platea composta da una manciata di autorità, a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria da COVID-19, sono intervenuti il prof. Salvatore Cuzzocrea, il Prefetto di Messina, dott.ssa Maria Carmela Librizzi, i Procuratori della Repubblica, rispettivamente di Messina e Roma, dott. Maurizio De Lucia e Michele Prestipino Giarritta, il Procuratore della Repubblica di Barcellona P.G., dott. Emanuele Crescenti e il giornalista Enrico Bellavia.

“Ringrazio gli ospiti e le autorità presenti a questa iniziativa – ha dichiarato il Rettore – attraverso la quale abbiamo voluto rappresentare l’importanza della cultura nella lotta al metodo mafioso. Con la conoscenza si può essere in grado di scacciare la puzza della mafia e veicolare valori e messaggi utili ed importanti per avvertire il profumo della legalità. Il grazie di ognuno di noi deve andare a tutte le vittime della criminalità organizzata ed alle loro famiglie, ma anche ai magistrati d’oggi ed ai loro familiari che, continuamente, proseguono la battaglia per un futuro sempre migliore. Spero che questo evento possa avere un seguito con la Summer School che tenteremo di portare avanti grazie al lavoro del Centro Studi sulle mafie”.

“Quest’oggi – ha detto il Prefetto – non ci sarà la nave della legalità, né i cortei o la cerimonia nell’aula bunker, ma paludo all’Ateneo per aver pensato a questa iniziativa. Proprio adesso, con questa insolita situazione che stiamo vivendo, è ancor più importante ricordare chi è caduto a causa della mafia. In questa fase della nostra esistenza, connessa al coronavirus, la memoria non va tralasciata perché la criminalità organizzata può tentare di farsi largo sfruttando le difficoltà economiche che attanagliano le persone e, allora, ciascuno di noi è chiamato a tenere alta la soglia dell’attenzione e a far sentire le proprie voci anche con eventi come questo odierno”.

Il Procuratore Prestipino, colui che ha coordinato la cattura del boss Bernardo Provenzano e decifrato i pizzini, ha così commentato: “oggi resta moltissimo di ciò che ha fatto e lasciato in eredità Giovanni Falcone, sotto vari profili. E’, attualmente, un simbolo per le generazioni di studenti, anche per i nati nel nuovo millennio. La sua importanza è una sensazione ancora diffusa, così come lo era per la generazione di magistrati di cui ho fatto parte anch’io. A noi ha fornito un impianto investigativo nuovo ed operativo per il contrasto alla criminalità mafiosa. Il suo, da metodo artigianale è divenuto sistemico ed è rimasto inalterato. Fu lui ad inventare il lavoro d’equipe”.

“Abbiamo capito molto di ciò che riguardò la strage di Capaci – ha aggiunto il Procuratore De Lucia -. Ancora oggi si dice che forse non è stata solo mafia ma di certo e mafia ed è sicuro che quest’ultima aveva più di un motivo per compiere un delitto ai danni di Falcone. In precedenza la mafia era solo un’identità indefinita, ma con lui  e dopo di lui divenne, invece, una organizzazione criminale il tutto e per tutto organizzata, ovvero Cosa Nostra”.

Sono lieto – ha fatto seguito il Procuratore Crescenti – di poter essere qui e ringrazio l’Università di Messina per aver voluto organizzare, nonostante la realtà complessa che ci accomuna, un evento del ricordo per Giovanni Falcone e tutte le atre vittime della strage di Capaci avvenuta nel 1992. Per me il giudice Falcone fu un riferimento nel momento in cui, come anche altri studenti di Giurisprudenza, dovevo scegliere cosa fare nella mia vita. Grazie a lui, e agli altri che hanno lottato in quella fase, abbiamo vissuto il passaggio da una Sicilia apatica ed inerte ad una Regione che battagliava con la criminalità organizzata. Ero un giovane magistrato quando fu arrestato Giovanni Brusca, il malavitoso che schiacciò il telecomando che fece saltare in aria l’autostrada al passaggio delle vetture con Falcone, la moglie e gli agenti; ricorderò sempre come la gente scese in strada per applaudire i poliziotti che avevano ammanettato Brusca per condurlo in carcere”.

“Le immagini inedite proiettate oggi – ha chiosato il giornalista Bellavia – hanno una storia lunga alle spalle. All’epoca lavoravo per una Tv locale, ma quel fatidico giorno mi trovavo nei pressi della redazione in compagnia di mia moglie. L’auto che utilizzavamo per andare a compiere i nostri servizi mi sfrecciò vicino per dirigersi sul posto della strage. L’autista, riconoscendomi, si accostò e io salì lasciando mia moglie in strada. Mi diressi sul posto e grammo le immagini per dare un segnale forte e sferzare la retorica dell’epoca. Dopo qualche tempo delle immagini non seppi più nulla fino a quando un collega riuscì a recuperarle dall’archivio e furono trasmesse sul sito internet della Procura della Repubblica. Non ho conosciuto il giudice Falcone, solamente una volta tentai di rivolgere una domanda ricevendo un secco no, ma lui e i caduti di quella strage rappresentano un frammento importante della mia memoria. In seguito ho conosciuto alcuni di coloro che avevano lavorato con lui e, inoltre, ho  potuto frequentare Tina Montinaro, vedova di uno degli agenti di scorta rimasti uccisi dall’atto di viltà criminale”.

Al culmine dell’evento è stato fatto, anche, un riferimento alla facciata della sede centrale UniMe, illuminata per commemorare il ricordo delle vittime di Capaci e recante la frase ispiratrice del dibattito: “Che le cose siano così non vuole dire che debbano andare così“


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