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“A vent’anni dalla Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino”

Comunicato N° 408 del 16 Dicembre 2015

Nei giorni scorsi si sono conclusi, con soddisfazione dei partecipanti, i lavori del convegno “A vent’anni dalla Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino”, organizzato dal CUG (Comitato Unico di Garanzia) dell’Ateneo e dal Dipartimento SciPoG e svoltosi presso l’Aula Magna “L. Campagna” del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche.In due giornate di lavoro, si è discusso a distanza di vent’anni, sui risultati raggiunti nelle cosiddette “aree critiche” individuate nella Piattaforma d’Azione sottoscritta nel 1995 dai 189 Stati partecipanti alla IV Conferenza convocata dall’ONU sulla condizione femminile, ma anche sui punti di debolezza, vecchi e nuovi, che ostacolano il cammino delle donne verso la parità e il superamento di ogni forma di discriminazione. Dei 12 punti della Piattaforma, nel corso del convegno si sono prese in esame quattro tematiche, ritenute particolarmente attuali: Donne e cultura; Donne e media; Donne e lavoro e infine Donne e conflitti armati.
Dopo i saluti del direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche, prof. Giovanni Moschella, e degli altri rappresentanti delle istituzioni e associazioni che hanno patrocinato l’evento, la prof. M. Antonella Cocchiara, presidente del CUG, ha letto una lunga lettera di saluti di Simone Alfreda Ovart, presidente di UN Women-Comitato Nazionale Italia, che, condividendo pienamente l’iniziativa, ha contribuito a patrocinarla.
La sezione Donne e cultura è stata introdotta e coordinata dalla prof. Cocchiara, che ha ripercorso e ricostruito le tappe della IV Conferenza mondiale sulle donne convocata dall’ONU nel 1995 per portare avanti “gli obiettivi di uguaglianza, sviluppo e pace per tutte le donne, in qualunque luogo e nell’interesse dell’intero genere umano” e i due documenti adottati a conclusione dei lavori: la Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma d’azione, che costituiscono uno spartiacque nella politica delle donne sul piano istituzionale.
Sono quindi intervenute, sullo specifico tema “Studi e cultura di genere nelle scuole e nelle univerità italiane” Patrizia Tomio che, dall’osservatorio della Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane da lei presieduta, oltre a mettere in evidenza i crescenti tassi di abbandono che colpiscono soprattutto le ragazze e le asimmetrie nel mondo della formazione e della ricerca, la costante precarietà degli studi di genere, mai istituzionalizzati nel nostro Paese – a differenza, per esempio, che negli Stati Uniti – e la debolezza dell’ottica di genere nelle varie discipline, ha anche chiarito l’insussistenza della presunta “teoria gender”. Su tale argomento è anche tornata Ida Fazio, fondatrice e membro del direttivo della Società Italiana delle Storiche, la società scientifica nata nel 1989 con l’obiettivo di promuovere la ricerca storica, didattica e documentaria nell’ambito della storia delle donne e della storia di genere. Fazio si è soffermata sulle difficoltà che ancora oggi incontra la SIS nel riconoscimento da parte del MIUR e sullo stato di salute della storia e degli studi di genere nelle università italiane. Anche la sociologa Rita Biancheri, dell’Università di Pisa, ha trattato questo tema spinoso, ma, attraverso una serie di dati statistici e di indagini qualitative, essenziali per poter poi adottare misure a favore dell’equità di genere, ha sottolineato tra l’altro come, in materia di istruzione universitaria, benché tra gli studenti laureatisi nell’anno solare 2014, le donne superino gli uomini (59,2% ripetto al 40,8%), tra i 27 Paesi dell’Unione Europea siano all’ultimo posto tra la popolazione in età 30-34 anni che ha conseguito un titolo di studio universitario. Altri risultati della sua indagine, frutto del progetto europeo “Trigger” da lei coordinato: il gap gender nelle retribuzioni crescente in ragione dell’età e il conseguente differenziale del reddito pensionistico (40%), la persistenza della “dopppia presenza” e della difficoltà di conciliare i tempi di vita con i tempi di lavoro e il fenomeno della leaky pipeline (conduttura che perde), che si verifica ovunque in Europa e negli Stati Uniti. Nel percorso che va dalla laurea al dottorato e prosegue verso la professione e poi verso i suoi vertici, una percentuale di donne maggiore di quella degli uomini si ferma ai gradini più bassi della carriera, quando non rinuncia del tutto alla ricerca.
La sezione Donne e media, dedicata in particolare al tema del sessismo nei media, è stata introdotta e coordinata da Maria Andaloro, ideatrice della campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere “Posto Occupato”, cui ha fatto seguito il contributo della prof. Graziella Priulla, nota sociologa dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Catania, che si è innanzitutto soffermata sugli assetti organizzativi di Rai, Mediaset, Corriere della Sera e La Repubblica, pervenendo allo sconfortante risultato dell’asimmetria tra la costante crescita delle presenze femminili nel settore dei media e la loro pressoché totale assenza ai vertici delle organizzazioni e nei livelli decisionali. Ha quindi analizzato la rappresentazione delle donne nei media italiani e nelle pubblicità, affrontando un tema difficilmente metabolizzato dale stesse donne italiane: quello del linguaggio sessista. Mentre sin dal 1994 il dizionario Zingarelli ha inserito la declinazione al femminile dib en 800 parole maschili e l’Accedemia della Crusca considera un errore grammaticale usare il cosiddetto “neutro maschile” per indicare professioni o ruoli ricoperti da donne, c’è ancora chi si oppone a questo linguaggio di genere dicendo che è ininfluente rispetto alle competenze che le donne manifestano ricoprendo prifessioni e fnzioni tradizionalmente maschili o che “suona male” dire assessora, sindaca o ingegnera (mentre “suonano bene” parole come parrucchiera, monaca o infermiera).
Su tale argomento ha insistito Laura Mancini, membro dell’Osservatorio Interuniversitario di Genere dell’Università di Roma Tre, che è stata recentemente designata componente del Gruppo di esperti ed esperte sul linguaggio di genere istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, per predisporre le linee guida destinate a promuovere presso la pubblica amministrazione ed i media un corretto uso della lingua italiana in chiave di genere.
Il dibattito è stato vivacizzato dagli interventi delle quattro giornaliste invitate a discutere su tali tematiche in base alle loro convinzioni, ma anche alle loro esperienze: Rosaria Brancato, Danila La Torre, Elisabetta Reale ed Elisabetta Raffa.
Altrettanto intensa e interessante è stata la seconda giornata di attività. La sezione Donne e lavoro è stata introdotta e coordinata dalla dott. Mariella Crisafulli, Consigliera di parità della provincia di Messina, che ha fatto una ricognizione sull’attuale condizione delle donne lavoratrici in questa lunga e perdurante stagione di crisi economica, che ha aperto le porte a una contrazione dei diritti subita principalmente dalle donne. È quindi intervenuta la prof. Rita Palidda, ordinaria di Sociologia economica presso l’Università di Catania, con un articolato contributo sul gap di genere nell’economia e nel mercato del lavoro italiani ai tempi della crisi. Un divario che si è ridotto non per effetto della crescita dell’occupazione femminile ma per la riduzione di quella maschile ma che, raffrontato con la media UE è particolarmente vistoso. Resta tuttavia critica nel nostro Paese la condizione delle lavoratrici anche a causa dell’invisibilità del lavoro di cura, che continua ad essere a carico delle donne, e delle difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Palidda ha concluso con l’auspicio che si dovrebbe porre fine alla prassi sociale e giuridica che finora ha fatto della famiglia una risorsa per gli uomini e un vincolo per le donne, ma anche con routines organizzative che legittimano automaticamente le aspirazioni di carriera maschili, ma sottopongono a severo giudizio quelle femminili.
Analogo è stato il punto di vista della Consigliera Nazionale di Parità, Francesca Bagni Cipriani, che dal più ampio osservatorio del suo ruolo, ha ulteriormente approfondito in chiave comparativa il tema della conciliazione, illustrando le politiche di sostegno alla genitorialità adottate nei principali paesi europei raffrontate con quelle adottate in Italia, ma anche le novità introdotte in materia dal Jobs Act. In ultimo ha lamentato, sulla base delle più recenti normative, l’indebolimento della figura della Consigliera di Parità, il cui ruolo è invece determinante nel contrasto alle discriminazioni di genere.
Nella sezione Donne e conflitti armati si è trattato in particolare il tema “Donne che fuggono dai Paesi in situazioni di conflitto e donne in guerra”. L’assessora ai servizi sociali, dott. Nina Santisi, ha introdotto l’argomento mettendo in evidenza come, a vent’anni dalla Conferenza mondiale di Pechino, relativamente a questa “area critica” molto sia cambiato. Allora l’interesse era principalmente rivolto alla guerra nella ex-Jugoslavia e al dramma degli stupri etnici; oggi un fenomeno che da emergenziale sta diventando strutturale è quello delle migrazioni, in buona parte causato dai conflitti armati da cui, rischiando la vita, le tante donne con bambini che approdano nel nostro Paese vogliono fuggire; altrettanto nuova è la figura delle donne combattenti: dalle soldatesse curde che difendono i loro territori dall’invasione dell’Isis alle donne dell’Isis “portatrici di morte”. Nel 1995 peraltro le donne italiane non avevano ancora avuto accesso alle Forze Armate, mentre oggi sono numerose le donne soldato che partecipano alle “missioni di pace” cui ha aderito in nostro Paese. Per non parlare poi delle tante volontarie che operano in Iraq, Afghanistan, Libano etc…
Di grande interesse sono stati infine i contributi di Massimo Papa e Deborah Scolart, rispettivamente ordinario e ricercatrice di Diritto musulmano e dei Paesi islamici presso l’Università di Roma Tor Vergata, che hanno restituito un quadro assolutamente inedito della drammatica condizione delle donne nei Paesi islamici e della distorta lettura del Corano.
La chiusura dei lavori è stata affidata a Rosanna Oliva, fondatrice e presidente della “Rete per la parità”, nata nel 2010 per celebrare i 50 anni della storica sentenza n. 33 della Corte Costituzionale, sollecitata proprio da un ricorso di Rosanna Oliva, e della conseguente legislazione che ha aperto alle donne italiane alcune prestigiose carriere fino ad allora precluse: la carriera prefettizia, quella diplomatica e la magistratura. Un’associazione che ha continuato ad operare per rendere effettiva la parità delle donne nel nostro Paese.
Rosanna Oliva ha ripercorso l’itinerario seguito durante il convegno messinese riprendendone i punti più significativi, integrandoli con intelligenza e sguardo critico e apprezzando il valore scientifico dei diversi contributi. Ha annunciato infine le prossime iniziative della “Rete per la parità”, e in particolare un convegno sullo sport al femminile, un ambito nel quale le donne sono ancora fortemente discriminate.
In conclusione, la prof. Cocchiara, in ragione del livello alto delle relazioni e dei contributi del convegno, si è impegnata a lasciare memoria duratura di questo evento attraverso la pubblicazione degli Atti.


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